Capitolo uno
Potrei inventarmi tantissime storie differenti o spiegarvi motivazioni più convincenti, ma lo vogliamo tutti e da sempre,
quindi facciamolo. Conclusi così la mia lunga propaganda, mi sforzavo ad avere una faccia convincente, Mario sollevo qualche dubbio, ma il bagliore nei suoi occhi mi diceva che mi avrebbe seguito, Emanuele si volto, strinse un poco le spalle ed esclamo
finche si scherza va bene, ma ora le cose vanno abbastanza
bene non credo di farlo. Alessio era perplesso, da tempo diceva che aveva poco da perdere, ma certo un poco rimaneva perplesso.
Io non aprii bocca, buttai giù l’ennesimo bicchiere di Pernot
e traballando uscii dal locale, le ragazze erano raggianti, mi toccai i capelli come per risistemarli, ma questo non ebbe il suo esito, alzai con il dito medio gli occhiali torti e continuai a camminare, le pareti mi stingevano, così mi pareva, ma poi incrociai lo sguardo di una giovane ragazza o meglio ci inciampicai. Lei era coperta da un enorme cappotto nero e da un colletto che le copriva metà faccia, io provai a dire qualche parola, ma il suo sguardo di sufficienza mi allontano, come si allontana un mendicante per strada. Davanti a me sapevo che c’erano gli altri.
La strada di pietra si mosse come in un terremoto, come se Dio volesse punirmi, ma in realtà erano le mie gambe che crollavano miseramente sotto il peso dei pallettoni di quel liquido francese bevuto. Caddi gli altri mi rialzarono, ringraziai e vomitai, anche Mario, non mi sembrava sanissimo, Alessio ne ebbi la conferma quando lo vidi capovolto in un cestino della spazzatura e Emanuele certo non avrebbe convinto nessun cliente in quelle condizioni.
Emanuele faceva l’assicuratore da oramai qualche anno, effettivamente le cose andavano bene, l’agenzia era
operosa, come dargli colpa per la sua decisione. Anche a gli altri le cose non andavano male Alessio era riuscito a creare un gruppo musicale tanto di rispetto e girovagava spesso, Mario era un artista completo, suonava, ballava e tirava sassi al sole, io non mi lamentavo forse avevo anche una casa di proprietà, ma in quel momento non ne ero molto convinto.
Avevo la bocca aperta, i denti erano ricoperti di un liquido verdastro, l’odore dei vestiti non erano certo da boutique di alta moda, i lividi erano così tanti che formavano una costellazione sulla mia coscia sinistra, per un attimo credetti di vedere l’orsa maggiore o la costellazione del cigno, ma poi mi dimenticai ciò che stato facendo. Dondolai fino alla doccia. Era il giorno seguente.
Capitolo due - Emanuele
Così credette di immaginare la scena Emanuele. Carrellata veloce come in un film, veloce sulla strada piena di sassi e fango, una macchina scura familiare ferma ad uno spiazzolo, sul cofano della auto, un uomo grasso vestito da santo che brillava di luce propria con in mano un frullatore, dentro l’auto lui e la sua ragazza in lacrime. Sei uno stronzo - esclamo lei sputando e tirando su di naso. Ma dai lo voglio fare da una vita capiscimi - poi sgrano gli occhi come uno che ha la faccia stupita - io ti lascio andare in discoteca con le altre tue amiche.
Capitolo tre - Alessio
Una bottiglia di Crema di Whisky mezza vuota, messaggi scritti velocemente via e-mail. Gli amici che rispondevano ad una velocità spietata per le sue cellule cerebrali. Alessio non ho capito bene cosa volete fare, ma se aspettate un poco - scrisse un amico dalla sicilia - mi unisco a voi.
Capitolo quattro - Mario
Una pentola bolliva, gli spaghetti erano sulla mano sinistra, sulla mano destra dominava un telecomando.
Capitolo quinto - Diego
Ero inebriato, ero baldanzoso, ero senza maglietta e indossavo il cilindro, sulla mano sinistra stringevo un spada camminavo in circolo. Poi mi fermai e scrissi una lettera. “Cari amici, amanti che ho avuto e che avrei voluto avere lo faccio per voi e per il mondo intero, cari genitori non soffrite per me, faccio la cosa giusta.”
Capitolo ultimo - Il giorno seguente.
I primi spari volarono a Ponte Vecchio, Emanuele era vestito da rivoluzionario francese, indossava le culot a righe bianche e azzurre e una giacchetta nera con bavero e una parrucca bianca. Ogni sparo urlava il nome di Robespierre. I corpi di ignari passanti caddero morenti a terra. Le prime guardie che arrivarono erano vigili urbani e guardie di quartiere. Alessio si dimostrò un ottimo fante, Emanuele lo obbligo a vestirsi da pupo siciliano, lui faceva lo sdegnoso, ma in realtà gli faceva piacere, per l’occasione si fece crescere anche dei baffi e si trucco le gote di un rosso scarlatto, affermava di aver fatto ciò in onore alla prostituta raccontata nell’apocalisse, in pochi lo compresero. Mario era armato di rivoltella, al collo portava una tromba di ottone che risuonava ogni volta che abbatteva un bersaglio. La mano sinistra impugnava uno stendardo color marrone con l’effige di un cerchio e al suo interno una specie di numero con delle parti mancanti, così da renderlo incomprensibile, lui aveva un cappotto grigio una camicia con collo molto alto, occhialini sul naso, diceva che mirava meglio così, gli credemmo tutti. La gente urlava ed io con il mio enorme fucile sparavo, ero vestito come un soldato della guerra di indipendenza, mi immaginavo nei dipinti dell’unità di Italia, immaginavo una Italia con le vesti stracciate che mostrava i seni che mi guidava in nome dello sterminio della razza umana.
Non eravamo molto pratici di quelle armi, comunque riuscimmo a raggiungere piazza della repubblica, quando finalmente vedemmo le guardie dell’impero del male, il mondo intendo, avevano tre blindati. A questo punto Emanuele ci stupi tutti, da una borsa tirò fuori chissà quale residuato bellico, una spece di missile o di granata e la lancio a mani nude contro una macchina, la macchina non la prese ma fece saltare in aria un sacco di persone. Non vi nascondo che in quel momento mi domandai che cosa sarebbe accaduto se quella sopresa fosse scoppiata da sola mentre combattevamo come rivoltosi. Il primo a cadere fu Mario, si era convinto di mettere lo stendardo nella porta dedicata a Vittorio Emanuele, ma un vigliacco di guardia gli sparò alla schiena, cadde a terra senza emmettere suono, Alessio sollevo il suo fucile e sparò nella fronte della guardia, quelle vecchie pallottole producevano dei buchi sulla faccia che all’obitorio ebbero difficolta a riconoscere i corpi dei caduti. Presi lo stendardo di corsa e inizia a correre, sfilai la spada e infilzai una signora con il passeggino, Emanuele mi copriva, ma non riusci e un blindato lo mise sotto, lui vide un enorme arlecchino venirgli addosso, ed urlo - io non ho paura di arlecchino. Tutto si fermo, la piazza era vuota, io sentii una raffica di spari vidi Alessio cadere e la sua armatura crollare, ebbi il tempo di guardarmi lo stomaco e caddi.
Inutile dire che la rivoluzione non servi a niente. Continue reading ‘La rivoluzione - Quel giorno ci dimenticammo di portare il tamburo.’
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